Aspettavo che mi dicessi
“è tutto finito, vieni, t’aspetto”.

Avrei preso il mio cavallo di sonno,
i miei passi di asfalto notturno,
la mia coltre di capelli
e le mie ossa cigolanti.

Avrei corso per dieci passi,
e camminato svelto per altri dieci,
e così di seguito,
per conservare un po’ di respiro
da darti.

Avrei ascoltato il bollore
delle tue cose a cuocer lente,
avrei sorriso della tua pelle
così immune alle parole.

Ma nulla finisce davvero,
nemmeno l’aspetto
che per quanto bello
finisce sempre per somigliarci troppo.

E allora stanotte
riposerò quello che non può riposare
e domani aspetterò
(come se potessi aspettare)
quello che non può terminare.