Capita, a volte,
di trovare l’amore della vita
al telefono a gettoni di un bar
e che proprio in quel momento
sia impegnato in altra conversazione.
 
Fa nulla, pensi,
mangio due patatine
e poi la porto
in orbita geostazionaria
sulle nuvole.
 
Ma lei continua,
piena di cose da dire,
la telefonata.
 
Poco importa.
Leggi un giornale
che non ti interessa;
guardi le lettere, i caratteri
come fossero piccole immagini
e allora politica estera e politica intima
diventano scontri
tra panciute d e raffinate t;
vedi consorzi di vocali e consonanti
che vanno al bar a ubriacarsi
e inventano il corsivo.
 
Lei è ancora al telefono.
 
E allora insieme alle lettere
bevi un bicchiere di vino
anche tu,
assisti al naufragio
dei tuoi pensieri
che cercano la riva
abbracciati ad un’arachide
galleggiante.
 
Lei e il telefono sono
una cosa sola,
uniti nel sacro vincolo.
 
Tu sei stanco,
ma è pur sempre
l’amore della tua vita.
 
Ti leggi la mano
e scopri che morirai presto.
Lo dici ad alta voce,
sperando che lei ascolti.
Non se ne accorge,
senti che sta parlando
di come sia difficile comunicare
e di dove mai sarà l’amore della sua vita.
 
Ma tu sei lì.
Ah, si era distratta.
Succede.
 
Posa la cornetta
e tu capisci che un bar
con dentro il telefono
e i gettoni
è solo nella tua memoria
e sei su una panchina
davanti a un laghetto nuvoloso
a immaginare tutto.
 
Ma tant’è,
la telefonata è finita
e non rinunci proprio ora
alla tua immaginazione.
 
Lei si gira, ti abbraccia,
ti dice amore, amore mio,
un bacio sul naso,
una carezza
e fugge via.
Ha da fare.
 
Niente, neanche nell’immaginario
riesce a stare un po’ con te.
Ti sfugge dalla mano
che avevi letto
solo dopo averla scritta.
 
E muori, come prescritto,
ancora una volta.
 
Ti resta il laghetto,
le nuvole scure
e questa riva umida
di bagnasciuga.