Sono caduto in pezzi
finissimi
di vetro.
 
Anzi cristallo,
meglio darsi un tono.
 
Ero fragile,
da maneggiare con cura;
lo avevi scritto sull’imballaggio
quando dalla tua mensola
mi hai spedito sul comodino
tramite posta aerea.
 
Ho sorvolato l’Africa, le Americhe
ma non posso sorvolare
su alcuni aspetti
del tuo stare
distante ad aspettare
che la montagna ti venga a trovare.
 
Din don.
 
“C’è un pacco per lei”,
sorpresa mi hai scartato,
tenuto in mano, ammirato,
guardato in trasparenza
e poi m’hai scivolato sul pavimento
guardando altrove.
 
Crash.
Din, din, din.
 
Piroettando
mi hai calpestato
e dai tuoi piedi sangue.
 
Mi hai gettato
e sono stato deportato,
soffiato,
plasmato.
 
Ora sono una bolla
di cristallo.
Guardo tutto
con distanza
chiuso in me.
 
Turbini e timori,
ansie e vivacità
si organizzano in me
e diventano città.
 
Ti ricordo fredda
e diventi neve,
ma smetti di cadere,
quando il mondo è capovolto.
 
Divento souvenir.
Mi trovi bello
e mi compri.
 
Sul tuo comodino,
insieme al principe di pezza,
sto proprio bene.
 
Mi scuoti
ed è neve.
Mi stringi
e torna
la bella stagione.