di Daniele Sidonio

 

Baffo suadente, sorriso sornione, autoironia cotta a puntino e una sana passione per le parole e la loro potenza. Ivan Talarico è un cantautore gutturale, “popolare tra gli incompresi”, un teatrante che non arrotonda, un artista poliedrico sempre in cerca di posti migliori. Vincitore del premio per il miglior testo a Musicultura 2015 con “Carote d’amore”, giovedì 13 ottobre a ‘Na Cosetta ha imbastito uno spettacolo a metà tra il reale drammatico, il privato misterico e inesplorati territori patafisici. Accompagnato da due ospiti dirompenti – le voci ipnotiche di Gabriella Martinelli Mimosa Campironi – Talarico ha dato un assaggio dei suoi decervellamenti ragionati e delle sue storie d’amore che fanno di tutto per non esserlo, forse riuscendoci. Noi lo abbiamo incontrato prima del concerto e abbiamo parlato dei luoghi della sua scrittura, del valore della risata e dell’umorismo, di Fo e Dylan, di Tenco, Battisti e di un linguaggio completo e inibitorio, quello teatrale.

Sei un teatrante che non arrotonda scrivendo canzoni, o un cantautore che non arrotonda facendo teatro?
“In ogni caso non arrotondo (sorride, ndr). Però tendo a considerarla un po’ la stessa cosa: ho delle idee che poi prendono forma negli spettacoli, nelle canzoni, nelle poesie, in modo separato. Ad esempio io e Luca (Ruocco, ndr) non mettiamo musica negli spettacoli, come non scrivo canzoni prendendo i testi dalle poesie. Sono compartimenti diversi di idee e secondo me è anche normale. Difficile è portare avanti tutte e tre le cose… ma siccome non arrotondo (sorride, ndr) capirai bene che…”

Diventa quasi facile.
“Diventa quasi facile.”

Divertente la tua biografia. Nato sul lago di Como – su quale ramo mi verrebbe da chiederti – cresciuto nella presila catanzarese, vivi a Roma. Di solito un cantautore, o un artista, è legato a una terra o ne ha nostalgia. Tu?
“Per fortuna no. Ne parlo spesso anche con mio padre – lui è calabrese, mia madre lombarda – che mi fa leggere poesie anche bellissime di autori calabresi presi da questo senso forte di nostalgia. Io sono nato su, a nove mesi mi hanno portato giù, poi son tornato a dare un’occhiata su, quindi in realtà non ho alcuna nostalgia. Cerco sempre un posto migliore, quello sì (sorride, ndr).”

Non hai una radice a cui si aggrappano le tue scritture. E una città?
“C’era una rubrica che inserivo nei concerti, si chiamava “Canzoni da luoghi che non ho mai visto”. Ci sono città di cui ho nostalgia senza averle mai viste. Ci sono posti nel mio immaginario che vorrei rivedere ma che non esistono. Canto territori immaginari.”

“La risata, il divertimento liberatorio sta proprio nello scoprire che il contrario sta in piedi meglio del luogo comune, anzi è più vero. O almeno più credibile”. Dario Fo. Che ricordo hai della sua arte?
“Penso che questa frase parli della possibilità di esplorare un mondo diverso dal luogo comune, e si collega bene a molte cose che penso e su cui ho lavorato anche con Luca. Noi siamo convinti che la realtà sia molto più espansa del luogo comune, quindi credere in una realtà immaginaria è in verità credere in una realtà superiore, in cui le possibilità sono molto più ampie. C’è una differenza tra quello che è pubblico e risaputo – e spesso diventa luogo comune, da cui partiamo – e il privato, più misterioso, che si intreccia tra le persone e per strani cortocircuiti può diventare incredibilmente pubblico.”

E gli spettacoli con Luca Ruocco sono in pratica la messa in scena di tutto questo.
“Poi però ti accorgi che nella vita capitano degli eventi molto più fantasiosi.”

E di Fo come persona che ricordo hai?
“L’ho incrociato a qualche spettacolo. Ci ho parlato pochissimo, lui e Franca Rame erano due persone molto cordiali. Non l’ho mai seguito particolarmente, a dir la verità, ma la cosa che mi dispiace è questa insistenza nel lutto collettivo: ne riconosco il valore, ma aveva 90 anni vissuti intensamente. Forse più che sentirsi orfani di qualcuno bisognerebbe accettare la morte e approfittarne per riscoprire delle cose.”

Questo è molto importante.
“Sarebbe meglio prima, ma è comunque qualcosa. Esattamente un anno prima che morisse Jannacci condividevo alcune sue canzoni consigliando di apprezzarlo prima che fosse troppo tardi. Bisognerebbe seguirle in vita certe figure. Jannacci secondo me è tra quelli che non hanno avuto tutto quello che meritavano.”

A proposito di scoprire le persone in vita, Bob Dylan Premio Nobel per la Letteratura “per aver creato una nuova espressione poetica nella tradizione della canzone americana”. La canzone d’autore è – o può essere – espressione letteraria? Che rapporto hai con la letteratura?
“I confini più stretti sono quelli che ho dentro di me nella creazione artistica. Per il resto, siccome tutte le arti si influenzano molto, penso che farne una questione di linguaggi sia spesso riduttivo. Penso che molta letteratura venuta dopo Bob Dylan, ispirata a lui, abbia avuto anche meno forza di quello che ha scritto, per quel poco che ne conosco. Forse la cosa che mi fa più gioco è che sono ignorante: leggo poco, ho dei miei riferimenti tra i classici – e ne sto cercando anche fra i contemporanei – però sono ignorante e quando scrivo ho pochi modelli a cui aggrapparmi. Se ti dovessi dare un mio giudizio secco, comunque, mi fa molto piacere.”

Apre probabilmente un dibattito infinito sul rapporto tra canzone d’autore e letteratura.
“Però l’accademismo di solito mi inquieta molto. È anche stupido domandarsi se i testi delle canzoni siano poesie. Domanda avvitata su se stessa. E se fossero ghirigoro, che problema ci sarebbe?”

Ma cosa ci farete tu, Motta, Bombino, James Senese, Otello Profazio, Peppino Pavone e Peppe Voltarelli sul palco del Tenco giovedì 20 ottobre?
“Penso ci divertiremo (ride, ndr).”

Ti sei definito “popolare tra gli incompresi”. La sensazione è che probabilmente lo fosse anche Luigi Tenco. Che rapporto hai con le sue canzoni?
“Ho frequentato tempo fa anche le sue canzonette più leggere. Mi piace, è struggente anche nelle canzoni minori. Non riesco a sentirlo spesso perché per il mio ascolto è veramente impegnativo. Penso che sia uno di quegli esempi di canzone che merita uno spazio a sé. Siamo in un periodo storico spiacevole sotto questo punto di vista, e posti come ‘Na Cosetta, in cui suono stasera, che ti permettono di creare uno spazio d’ascolto e mantenere un’attenzione sulla canzone, sono importanti. Ultimamente la canzone sta diventando quasi musica di sottofondo, invece una cosa a cui tengo molto è creare un livello di interesse tale che il concerto non sia una distrazione tra una birra e una chiacchiera.”

Mi trovi pienamente d’accordo. Ma quindi quali sono i tuoi ascolti?
“Ascolto poca musica, ma diversa. Ho un problema genetico con Battisti, nel senso che conosco dalla prima all’ultima canzone – adorando il periodo di Panella – tutto Lucio Battisti. Molta musica italiana, da Flavio Giurato a Faust’O a Paolo Zanardi, cerco anche molto i miei contemporanei. Faccio ascolti molto disordinati, legati al momento, non sono un ascoltatore che cattura tanto anche se a volte mi capita: ho scritto da poco un pezzo nuovo e mi hanno detto che somigliava molto a uno di Silvestri. Sono andato a sentire e ho detto “vade retro!”, così è spiacevole (ride, ndr). Somigliava molto, lo ammetto. Io sono un appassionato di plagi, li cerco e li trovo ovunque, sono ossessionato.”

Quindi tu stesso sei diventato una vittima del plagio.
“Beh capita. Come capita a tutti, anche se l’obiettivo non è tacciare. È come un gioco: è divertente trovare quello che resta nel resto.”

A proposito di giochi. Che cos’è per te l’onomatopea? Cosa esprime nelle tue canzoni?
“Questa definizione – che mi ha affibbiato Claudio Morici – sta bene con le canzoni fatte solo di “versi”, che ogni tanto scrivo. Partono un po’ dallo scat jazz di Dalla, e sono un gioco più immediato per esprimermi: è divertente vedere come a volte riesco a dire di più con un’onomatopea che con un testo lunghissimo.”

E “Carote d’amore”?
“Carote d’amore non è proprio istintiva. È nata da un gioco di parole che inizialmente ho accantonato perché il mio obiettivo non è far ridere, non è fare cabaret. Però ho capito che alcune strutture mi permettono di veicolare meglio quello che ho dentro. Morici mi consigliò di metterla a posto e ho aggiunto la riflessione da cui è venuta la parte esaustiva, il lungo parlato che lascia senza fiato. Poi ho cercato di inserirci una parte onomatopeica per creare una canzone più ampia. Sinceramente a Musicultura avrei voluto portare L’elefante, sono stati loro a vederci lungo.”

Ovviamente non c’è solo l’onomatopea nelle tue canzoni, ma ci sono anche anafora e allitterazione. Sei un cantautore “retorico”?
“Beh a questo punto sì, sono un cantautore retorico (sorride, ndr).”


Scherzi a parte, cosa c’è “Tra le orecchie e lo stupore”?
“Quel titolo viene da una di quelle canzoni che avevo composto trascrivendo flussi di pensiero. Una parte diceva ‘ho nascosto il mio rumore dentro una stanzetta ad ore tra le orecchie e lo stupore‘. Geograficamente tra le orecchie e lo stupore ci sono tante cose, c’è il pensiero, c’è lo sguardo. Praticamente non ti saprei dire. Scrivo e non mi chiedo.”

Sicuramente l’immagine è suggestiva.
“Certo, ma non mi capita di scrivere su tema e su tesi, di descrivere immagini. E spesso scopro cose inquietanti in quello che scrivo.”

Cioè?
La mia scrittura non è automatica, però si lascia andare ad accostamenti. E a volte scopri veramente che, come dice Bergonzoni, sei “giocato dalle parole”: ho scoperto che la mia mente scriveva delle cose che poi avrei vissuto dopo, le sapeva già prima che io le mentalizzassi.”

Un po’ come Capossela, che dice di essere un artista pre-biografico. A proposito de “L’elefante”, visto che l’hai citata, sembra una sorta di sillogismo molto lungo in cui si arriva a una conclusione non proprio lieta…
“È amarissima quella canzone.”

Ma quindi l’amore è una bugia o è “privata distrazione dei sensi pubblici”?
“Sull’amore la cosa più esaustiva che ho scritto sta nel primo libro (Ogni giorno di felicità è una poesia che muorendr), in cui mi divertivo a muovermi tra i suoi (im)possibili significati. Quindi non ne ho idea. L’elefante nasce come canzone d’amore ma poi ce la mette tutta per uscirne. È proprio l’impossibilità di definire una cosa del genere. Si espande, si apre, arriva quasi al demenziale – quando ho inserito il “catarro” i primi ascoltatori mi guardavano male (sorride, ndr) – però ha un ripiegamento su se stessa che è tipico anche dell’amore quando finisce e sfinisce. È un sillogismo ma anche una parabola. Fa capire che a me non interessa far ridere le persone, quella è una reazione incidentale, perché io racconto cose intime, della vita o della mente, che per me sono quasi sempre drammatiche.”

Penso però al riso che provocano alcune tue canzoni, probabilmente non ti farà piacere…
“Non è che non mi fa piacere, ma non è l’obiettivo. Semmai è il veicolo.”

Che rapporti hai con l’umorismo?
“Con il mio o con quello altrui?”

Con l’umorismo.
“Con l’umorismo altrui sono molto selettivo. Non dico che sia difficile farmi ridere, però non rido a cuor leggero per ciò che non è creato per ridere. Gli spettacoli di Rezza, ad esempio, non sono esattamente comici, quindi il sorriso che tu hai in quel momento non può essere spensierato. È un ghigno, è qualcosa che ti prende alla sprovvista, un piccolo cortocircuito. Ecco, forse questo è quello che vorrei creare. Tempo fa andai al Vascello a vedere La trilogia dell’attesa di Fabiana Iacozzilli, il suo lavoro mi piace molto e lei a volte cerca di sdrammatizzare con ironia idee che hanno il loro peso specifico, denso. All’uscita alcuni spettatori la riempirono di complimenti per quanto avevano riso, e lei era incazzata nera: la paura e il rischio del comico in sé, dell’umorismo, è che poi finisca per chiudere tutto il tuo discorso.”

Queneau diceva che “l’umorismo è un tentativo di scrostare i grandi sentimenti della loro stupidità”. Ti ritrovi?
“Sicuramente, anche se io lego questo più all’ironia e all’autoironia. L’umorismo e l’ironia sono molto difficili se non ci sono autoumorismo o autoironia. Se ti rivolgi agli altri, giudichi e distanzi, stai facendo una cosa rispettabile ma a me non interessa, perché ti poni su un altro livello. Io cerco di mettermi in mezzo al discorso come fallibile e limitato.”

A parte al Tenco giovedì, dove andrai nei prossimi mesi?
“Farò qualche concerto a Roma, una serata con Daniele Parisi, ‘La vita è belva’. Poi ho delle date a Lamezia Terme, Sarzana, Terni e Perugia. Ovviamente più si va avanti e più il discorso complica, perché io sono completamente indipendente, ma non per vocazione – se qualcuno mi aiutasse e mi facesse girare di più sarei felicissimo – quindi organizzo le date da solo e pian piano inizio ad avere delle risposte. Sto andando soprattutto in direzione di far uscire il primo disco – entro ottobre dell’anno prossimo – e di cercare un booking che mi alleggerisca la vita. Ti assicuro che l’obiettivo non è nient’altro che la possibilità di fare concerti.”

E nel frattempo tenere in piedi le altre cose.
“Con il teatro per ora siamo in sospensione. Perché non c’è stato un mercato per quello che abbiamo fatto. Dopo tre spettacoli in tre anni, il quarto anno abbiamo fatto la Trilogia per riordinare le idee. Il quinto anno ci siamo detti ‘ma serve un altro spettacolo? Magari stiamo una settimana o dieci giorni all’Orologio e poi una data ogni quanto?’. Ma soprattutto se dobbiamo fare teatro vogliamo fare teatro, non adattarci sempre alle contingenze. Avere uno spazio buio, usare quattro luci, portare un tecnico che ti segue, poterlo pagare, quindi avere un cachet che ti permette di muoverti tranquillamente. Visto che queste condizioni non ci sono siamo fermi. Questo un po’ ci taglia le gambe e un po’ ci fa stare bene; l’ambiente teatrale è molto più difficile di quello musicale.”

La stagione dell’Orologio, peraltro, si intitola “Nessun teatro si salva da solo”.
“Noi ci siamo stati tre anni e abbiamo visto come hanno fatto crescere il lavoro. Il problema è che il teatro ha un bacino di interesse a parte, è un linguaggio che crea inibizione, seppur sia il più completo, forse. All’Orologio ci provano, cercano di creare un movimento di pubblico, un’attenzione. Ci hanno aiutato sempre di più a consolidarci. Noi abbiamo fatto una delle teniture più lunghe lì – quattro settimane con Operamolla – ed è stata un’impresa titanica vedere 30 persone a serata a teatro. In una città come Roma dovrebbero essere altri i numeri. Quindi ci siamo fermati a riflettere.”