(autobiografia di qualcun altro)

Scriversi addosso è come piangere sui fiori caduti d’un mandorlo appassito.

Sulle rive del Peloponneso e tra i sepolcri della mia gente ho vagato per anni, cercando delle parole, vedendo le parole farsi carne con me.

Da tempo, condensato nei miei libri, sentivo il bisogno di confrontarmi con l’esistenza, di sottomettere la mia storia alla mia cultura.

Ho vissuto settimane di nocepesca, giorni di sole, istanti di madreperla purissima sfiancati dal ritmo dei tamarindi dolci che mi grappolavano avanti senza poterli mangiare.

Tritarifiuti hanno strappato dai miei sogni la patina viola degli accadimenti. Strampalati folletti hanno certificato la mia morte sul patibolo ove ho vista riflessa la mia immagine in specchietti deformanti.

Non si può vivere senza pensarsi morto.

Nel 1989 a Mosca, nella grande piazza di fronte al Cremlino, Dostojevskij mi parlò.

Consumavamo vodka ghiacciata in bicchieri da italica vinazza hostarica. Fedor si confidò con me e mi raccontò di quanto fosse difficile per lui vivere e scrivere contemporaneamente. La sua esistenza non poteva essere contemporanea alla sua arte. Per questo si morì. E comprendendolo intimamente diventai io stesso postumo. Scrissi le cose migliori da morto decomposito.

Ho scoperto la pace interiore ora. Scrivo sorseggiando varechina e tapioca mentre mandarini acerbi sistemano i miei giardini pensili.

Il mio profilo Assiro svende la mia bellezza alla storia, ma guardando allo specchio non ne distinguo le linee. Calamari di taglio natalizio mi bordano gli zigomi e un accentuato senso civico mi copre gli occhi.

Le mie giornate sono fresche cedrate con acque dure e rimpianto. Mi sveglio prima che il sole mi sorprenda coprendomi d’un lenzuolo per isolarmi termicamente dalle cattive sensazioni.

Passo le mattinate abbracciato al mio samovar, enumerando suffissi arabi di dubbia qualità.