Nell’orizzonte più triste
di vocali inutili,
idee intorpidite
e vuoto pneumatico
cerco i segni di un amore
fuori contesto
sul tavolo regia
di una conferenza
che in confidenza
disarma la materia grigia
e mi fa sognare
l’ignoranza dei fuochi fatui,
la simpatia degli alberi,
la semplicità dei lampi.

Due telecomandi vicini:
amicizia? amore? semplice stima?
li lascio da soli,
a conoscersi.

Tre microfoni:
siamo già oltre il concetto
di monogamia
in questa sala regia?

E cavi che s’intrecciano,
luci che s’accendono,
numeri che cercano parole.

Tutti si amano
tranne gli esseri umani
in questa simulazione ridicola
di civiltà organizzata.

Li guardo dai monitor,
avvicino, avvicino,
per dar spazio al dubbio.

Sono sicuramente scatole,
non esseri umani:
tormenti torbidi e morbidi
in forma di contenitori.

Sono involucri di nulla.
Devo reagire.
Devo riempirli di cavi,
di monitor, di microfoni,
di telecomandi.

Avranno un’anima elettronica
e sintetica,
ma è sempre meglio di
carne molle e marcia.

In fondo mancano solo
poche ore alla mia fuga.

Posso lasciarli al mio passato
e coi soldi guadagnati
pagare senza sconti
i miei sentimenti
perché non mi lascino solo.