Ho sentito un formicolìo
sulla gamba.
Pensavo fosse nulla,
invece erano formiche.

La cucina è invasa
e non me n’ero accorto:
passeggiano sul tavolo,
marciano nel lavandino,
si rincorrono sulle mensole.

Non danno fastidio,
le lascio fare.
Prendono qualcosa
e lo portano via,
nei loro buchi neri.

Ho sete,
apro il rubinetto.
Nel lavandino è un’alluvione,
annegano tutte,
le piango,
ma con le lacrime
che cadono a terra
ne muoiono altre due.

Devo stare attento,
faccio due passi indietro,
dispiaciuto,
ne uccido quaranta.

Le ho contate,
quaranta piccole bare,
quaranta pizzichi di terra,
quaranta brevi discorsi d’addio.

Sarò ricordato
dal popolo delle formiche
come un omicida sanguinario,
un angelo sterminatore.

In punta di piedi
esco dalla cucina
e la lascio a loro.

Mi abituo a mangiare in camera,
con discrezione.
Mi cadono delle briciole e
tornano subito,
formiche ovunque.
Le stesse di prima
o altre?
Non le riconosco.
Qualunquista.
Per prudenza
mi rifugio in bagno.

Nel tragitto
ne urto involontariamente sei
e muoiono.

Già immagino
il tribunale:
migliaia di formiche testimoni,
le briciole parte civile
e io senza alcuna scusa.

In bagno si sta bene
in fondo.
C’è l’acqua,
ci si può sedere,
lavare.

Ma dopo due giorni ho fame.

Fuori c’è silenzio,
provo ad uscire,
prendo qualcosa
e torno.

Appena apro la porta
trovo una fila interminabile
di formiche
che aspettavano
di andare al bagno.

Mi scuso, mi scuso
profondamente,
non volevo.
Che vergogna.

Non ho alternative.
Prendo le mie cose
ed esco di casa
sconfitto,
lasciando alle formiche
sei mesi di affitto
anticipato.

Mi avvio di cattivo umore,
non sono una persona migliore
come pensavo.

Ogni tanto telefono per sapere
come stanno,
ma nessuno risponde.
Ce l’hanno con me.

Un giorno capiranno
che ero innocente,
poco invadente
e mi cercheranno.