Ti aspetto.
Come se l’aspetto fosse la cosa più importante.
Ma ci sono molte altre cose da importare, la mia presenza in te, la tua assenza in me.
Ti spetto.
Sono tuo per un patto pregresso.
Non ho possibilità di scelta. Ne sono cosciente. Al tuo cospetto divento spettatore. E son tuo di spettanza e d’attenzione.
E se lo so, che ti spetto, divento sospetto.
Ti sospetto.
Ho come l’impressione che sia tu la privata distrazione dei miei sensi pubblici. Qualcosa mi dice che sei proprio tu quella persona che cerco tutti i giorni negli intervalli di silenzio, mentre nuoto a dorso nei miei laghi di solitudine. Aghi di solitudine, che mi pungono e mi riempiono di vuoto. Avrei bisogno di tungsteno per essere una lampadina e far luce su di te. Ma ho molto a cuore il tuo senso del buio.
Ti rispetto.
Come se ti spettassi due volte, tuotuo. Puoi conservarmi per un’altra vita. O consumarmi due volte in questa.
E qui la domanda si sposta (come se una domanda potesse spostarsi senza di noi, appunti interrogativi), quante vite si possono vivere?
Decine, quindicine, fuggendo da noi stessi o semplicemente dimenticandoci. Ma soprattutto: vivére, vifalse, vipere, vimele? Capiamoci meglio, come fossimo verdure edibili, lasciando solo l’essenziale.
Vivere, parossisticamente, è contrazione di “Vivere vite vere”. Niente di nuovo sotto il suolo.
Vifalse è, lapalissianamente, costrizione del contrario, “Vivere false vite”. Dove l’atteggiamento seppellisce le potenzialità. Già un mento che s’atteggia è sintomo d’arroganza verso il resto del viso. È speranza di slogatura per una mascella impertinente.
Vipere sono le vite che serpeggiano in noi per avvelenarci, con un accattivante sapore di pera per mascherare l’amaro del veleno. Veleno che poi da solo vuol dir senza vele, vele-no: in mare aperto abbandonarsi alla bonaccia e andare alla deriva di nessuna costa. Alla deriva gratuita dei “senza”.
Vimele, in questo caso cambia solo il sapore, ma il gusto di mela, me la gusto, riserva memorie storiche più profonde, da Biancaneve (in cui la mela era legata al già citato veleno) a Eva (in cui la mela era legata al peccato).
Peccato. Che può essere veniale, quando è di poco conto e scorre nelle vene come veleno diluito con succo di pera.
Peccato. Che può esser geniale quando nessuno l’ha mai tentato prima.
Peccato. Che può esser mortale quando il veleno è puro e porta morte sicura, sicaria d’un intento non nascosto che conferma il sospetto.
Peccato. Che non esista peccato e colpa da pagare, che non ci sia veleno e nemmeno morte.
Ci tocca questa vita. E ha belle mani, e sa dove toccare.

Pubblicato sul Blogorilla Sapiens il 28 maggio 2015