Fumare.
Per togliersi il respiro. Per creare la nebbia. Per rendere inutile il concetto di arrosto (tutto fumo, tutto fumo…). Per tornare un po’ alla cenere che s’era. Di sera ce n’era di fumo a complicare i nostri pensieri, pensando a ieri e non vedendo l’oggi, rannicchiati nell’impossibilità di essere fiume, cercando di diventare mare.
Fu mare.
Ma se fu mare, cos’è adesso? Cosa rappresenta la distesa di non più acqua, di non più onde, di non più orizzonte?
E se non fosse più distesa ma eretta? Come potremmo definire un orizzonte verticale?
E se invece di definirlo lo finissimo, rendendo la linea vertice e facendola coincidere col sole?
Forse la solitudine del vertice ci darebbe uno slancio sociale, ci trasformerebbe in uomini fionda pronti a lanciare la nostra anima verso il prossimo, con moto elastico.
Ma tirato troppo l’elastico imprime eccessiva forza, e l’anima lanciata addosso agli altri con violenza può ferire.
La ferita è lacrima di sangue, pianto rosso.
Pianto rosso e spero cresca rosso. Invece cresce giallo, giallo a dismisura.
Segno che qualcosa non va. Giallo. Già lo sapevo. Ma non mi arrendo.
Pianto giallo e spero cresca giallo. Invece cresce gallo, la i rimane nel terreno impigliata alle radici.
E di questo gallo non so che fare, lo lascio sfogare di mattina presto senza capire i suoi motivi, le sue istanze.
Il giorno s’indigna alle sue grida scomposte e offensive e abdica alla notte.
Rimango nel buio, pensando che forse la luce è sempre stata una cosa superflua.
Vedo una realtà diversa. Anzi, non la vedo, la intuisco. In questo mondo nero ogni movimento è dolore, percussione, frattura. Dopo aver fatto del mio corpo ecchimosi e ferita decido che non è il mio mondo.
Così resto fermo,
E mi passa addosso il tempo, che con il nero si abbina bene.
Vesto con disinvoltura questa mia nuova inutilità, impermeabile e aderente al mio corpo magro.
Ma grondante di desiderio, ancora.
Dal cielo che non vedo un ottimismo di passaggio decide di ormeggiare proprio sopra di me e lancia un àncora.
L’àncora mi cade addosso e mi apre, mi squarta, rendendomi un fiotto di luce senza più pensiero.
Ci pensi? Ero me stesso nel buio.
Sparito io il buio rimane “bu”.
E forse è proprio bu, quel suono che spaventa, l’essenza stessa della luce. L’assenza tesa con l’orecchio che sente far “bu” dietro l’angolo e si spaventa di nessuno.
Nessuno che è un po’ d’io.

Pubblicato sul Blogorilla Sapiens l’8 maggio 2015