di Lucia Santarelli

Ivan Talarico è sicuramente un artista sui generis; non potrebbe essere definito altrimenti un musicista che suona la “chitarra onomatopeica” che, per chi non la conoscesse, è una normale chitarra accompagnata da suoni vocali che fanno (più o meno) così: “abdadabda”. Lavora in teatro, dapprima come musicista di scena e compositore, successivamente come attore e drammaturgo e nel 1999 dà vita alla compagnia teatrale “DoppioSenso Unico”, con la collaborazione di Luca Ruocco.

Scrive di sé, in terza persona, che “la morte apparente ne ha agevolato l’impalpabile successo”. L’ironia caratterizza gran parte della sua attività artistica nonché il modo in cui il suo sguardo, nascosto velatamente dagli occhiali, osserva il mondo, per poi raccontarlo, a modo suo.

Ha una doppia sensibilità verso l’arte, quella di musicista e quella di attore. Crede che musica e teatro abbiano lo stesso potere empatico?

Credo proprio di sì. Tutto dipende da come la vita e i pensieri prendono forma nelle idee. E’ lì che si crea una possibile empatia tra la sincerità di chi dice e chi vedrà o ascolterà. Poi le idee hanno una loro vita, non le forzo. Rispetto le loro scelte. C’è chi sceglie di diventar canzone, chi spettacolo, chi poesia. Io le lascio fare.

L’esperienza teatrale in che modo influisce sul suo modo di approcciarsi alla composizione di un brano musicale?

Nella composizione apre le possibilità, nell’interpretazione dà corpo ed espressione alle canzoni. E’ come se scrivere e cantare avessero un corpo fisico grazie al teatro. Un movimento diverso. Poi in teatro mi son formato con le “Tragedie in due battute” e gli “Esercizi di stile”, questo mi porta a cercar sempre un lato ironico nelle tragedie e ad esplorare le tante realtà (im)possibili di cui la nostra è fatta.

Nella realizzazione di reading e spettacoli teatrali suona la “chitarra onomatopeica”. Di cosa si tratta?

Suono la chitarra e canto utilizzando vocalizzi, fonemi, borborigmi e altre sfumature che non appartengono alla parola. La strana curiosità è che tutto questo ha un forte impatto sul pubblico, che spesso vedo rapito dalla strana comunicazione di questi brani. Mi entusiasma soprattutto vedere come i bambini si divertano, ascoltando le “onomatopeiche”. Credo di sembrare molto stupido ai bambini. Forse non solo a loro.

1399402_196733360514435_1147898386_oNel 2014 viene pubblicata la sua prima raccolta di poesie, Ogni giorno di felicità è una poesia che muore. Ci può raccontare di questo progetto? Poesia e musica possono essere considerate due arti distinte oppure facce della stessa medaglia?

E’ un libro nato piano piano, nel corso di un anno, composto da poesie scritte soprattutto di notte, a margine della giornata. Mi son servite per riordinare le idee, per dare un senso alla vita, e son rimaste a raccontare un periodo. Poi Valentina, di Gorilla Sapiens Edizioni, mi ha proposto di pubblicarle (dopo un tentativo vano di proporle io a loro) ed è nato il libro, che mi piace e diverte molto. Ma le idee, per ritornare all’origine, prendono strade diverse. Le cose che diventano poesie non mi convincono come canzoni e viceversa. Hanno strutture e sensi troppo diversi. E forse è giusto che restino separate.

Da sempre l’amore è una tematica che affiora nelle opere pittoriche, musicali, nella poesia. Lei propone al pubblico di Musicultura tre brani che affrontano lo stesso argomento, appunto l’amore, ma in chiave interpretativa differente.

La relazione con un’altra persona è sempre un momento forte nella mia vita e così si riversa in quello che scrivo. O meglio, quello che scrivo è trascrizione delle giornate e dei momenti forti della vita. Così le tre canzoni presentate a Musicultura si muovono intorno a tre momenti della mia vita fatti a pezzi, mischiati, elaborati, mentalizzati, esagerati, resi metafora, cercando di mantenere sempre la sincerità del vissuto. Pasquale Panella (tra i miei riferimenti alti) ha detto che non si può cantare d’altro che d’amore. Che la canzone è una forma nata soltanto per giocar sul tema dell’amore. Ma in parte forse ha ragione mio padre, che dopo aver sentito un mio concerto mi ha detto: “sarebbe ora che ti mettessi a scrivere di altro”. Ci penserò su.