di Angelo Di Liberto

Gentili lettori,
la poesia è morta. Essa fu! Finita, fallita, pentita. Si è suicidata dopo l’ultimo brano di Lorenzo Fragola. Nemmeno una nei miei ripostigli d’Antiquario. In salotto, davanti al monetiere a intarsio in pietra dura, ho aperto ante e cassettini segreti ma niente di niente.
M’ero quasi rassegnato (si fa per dire) ai classici e poi la poesia l’ho scovata a Pescara. 
Domenica scorsa mi trovavo, insieme a Carlo Cacciatore, nella città più popolosa d’Abruzzo, per la “Giornata Mondiale del Libro”, invitato dall’ARCI locale, nelle persone di Valeria Maddalena e Christian Giannandrea, ragazzi volenterosi abnegati all’arte come progetto di vita. 
Abbiamo parlato di Modus legendi e della rivoluzione gentile dei lettori, della comunità billyna e di quanto la lettura possa sviluppare il pensiero critico. Elisa Quinto ha un raffinato blog letterario, “Paper Leaves”, ha moderato l’incontro all’interno di un luogo incantevole: il “Museo delle Genti d’Abruzzo”. Un mélange di arte e storia che abbraccia il cammino dell’uomo dal Paleolitico all’iperrealismo, d’impatto ambientale zero. “Il Tempo qui non vale niente”, la scritta che
campeggiava all’ingresso, ci ha accompagnato lungo il cammino. A un certo punto mi sono imbattuto nella fotografia della poesia “I Pastori” e la voglia di versi si è riacutizzata. Francesco Coscioni, editore di una splendida casa editrice che si chiama “Neo Edizioni”, mi ha indicato uno spilungone baffuto che consultava dei libri nell’area del museo preposta. Sembrava sperduto, quasi inadeguato a gironzolare in quello spazio. Convenevoli e un invito all’Auditorium Petruzzi, ala del
museo. Ivan Talarico utilizza la parola lirica e la musica come nella più alta tradizione dei cantautori italiani. Un poeta che ha fatto del suono sintattico incisione di coscienza in un gioco onomatopeico.
Chitarra in mano, ironia in volto, sorprende per tenerezza e acume. Talarico è capace di cucirti addosso le parole più dolci mentre inietta cinismo in fiale. Come un giocoliere, scherza sulle imprudenze della vita mischiando il suono dei versi alle note delle sue canzoni.
Il gioco mi prende, mi ritrovo a sorridere con tutti i denti e aspetto che lui parli, che mi regali altre poesie. Il suo libro “Non Spiegatemi Le Poesie Che Devono Restare Piegate” è un manifesto dell’illogica razionalità di questi tempi. L’autore è sfrontato quanto basta a portare rispetto all’amore, suo tema portante, ma riconosce che sia la levità il mezzo per farlo. 

“… Ho che ti vorrei casa/di roccia su roccia/e una volta scalata/vorrei restare su/a guardarti panorama./Ho che vorrei prenderti in affitto,/ma le finanze non mi aiutano;/accendere un mutuo/e piano comprarti/per poi darti l’atto di proprietà/e legittimare/la tua presenza in te./Ho che vorrei invecchiarti/e invecchiarmi nel tempo insieme,/così tu mi daresti la colpa d’esser vecchia/e anche quella d’esser vecchio io,/ma poi la saggezza,/mista all’arteriosclerosi/e alla senilità/ci farebbe ridere/e dimenticare.”

Ho scordato il quotidiano nella miscela d’amore perfetto e di gioiosità forsennata come per dire che per quella sera il tempo realmente non valeva niente. Che eravamo lì tutti insieme e c’importava solo di “Cemento Amato”, “A Piedi muti”, “Come Rima”. Uscire era inutile. Meglio bearsi di quella voce calda, teatrale ma non troppo, schiva di sé e dell’importanza delle parole pronunciate.
La poesia è tornata in “Calcoli Reali”, in “spalla solida e resistente, ampia metratura, luminosa e silenziosa. Astenersi perditempo”. Dentro avevo il ritmo, l’incanto, le risa chiassose del pubblico, il gioco parallelo dei sensi a tavola, davanti a “torto al limone, fretta di stagione”, perché l’amore può essere parodia del sentimento ma quando è autentico traduce la vita in una felicità analfabeta in cui l’unico linguaggio possibile è tuo e mio; è di tutti. I miei cassetti sono di nuovo pieni.
L’Antiquario vi saluta.