di Lucia Santarelli

Sul palco Ivan Talarico è come se si sentisse a casa, a suo agio. Questa volta, però, non entra in scena in veste di attore, ma di artista finalista della XXVI edizione di Musicultura. Così a Recanati presenta Carote d’amore, raccontando alla redazione di “Sciuscià” l’iter musicale e testuale che si cela dietro la canzone che, creando giochi linguistici tra le parole, incuriosisce e diverte il pubblico del Teatro Persiani.

Capriole di sostantivi che diventano verbi; suoni “onomatopeici” di termini inventati fanno immaginare una nuova lingua. Pause musicali discorsive suonano come fossero scioglilingua. Queste sono alcune tra le curiosità di un brano nato dall’ironia e dalla fantasia di un artista alla ricerca dell’originalità.

Quale immagine di Musicultura potrebbe ispirare una tua utopica o futura poesia?

Per adesso l’immagine più bella del Festival è legata all’incontro con molte persone e con piccole realtà musicali che, pur provenendo da posti diversi, riescono a stabilire comunque delle relazioni.

C’è una canzone che hai composto e che in fondo non senti tua?

Ci sono due o tre canzoni che non percepisco come veramente mie, perché risentono un po’ delle influenze musicali di quel periodo;  alcune hanno sonorità alla De Andrè quindi le avverto qucorniceasi come se fossero coscritte.

Ha mai criticato un aspetto della tua attività artistica?

Molti. Di solito riesco ad abituarmi ai miei brani  solo dopo averli fatti sentire ad amici o colleghi. Ad esempio, la prima bozza di Carote d’amore mi sembrava un po’ banale e così, per un periodo, l’ho messa da parte: avevo come l’impressione che l’inizio del testo fosse un giochetto troppo facile e poco originale. L’ho ripresa dopo qualche tempo, lavorandoci su. Io sono ipercritico nei miei confronti, soprattutto nella ricerca dell’originalità; da quando ho smesso di giudicarmi troppo sul serio, riesco a produrre musica e testi che preferisco.

Musicultura solitamente non viene percepita solo come gara, ma anche come esperienza in cui si incontrano artisti e tra loro si instaurano rapporti di collaborazione, di confronto, di amicizia. In che modo percepisci l’atmosfera del festival?

La vivo molto bene. Ho incontrato due o tre gruppi con cui sono rimasto in contatto dopo averli conosciuti alle Audizioni. Ad esempio, Juliàn dei Turkish Cafè è venuto ad assistere a Roma ad un mio spettacolo teatrale. Credo che umanamente il Festival sia una bellissima esperienza; dal lato artistico, spero verrà fuori qualcosa di interessante, come ad esempio qualche collaborazione. Lo spirito di Musicultura è libero, privo di forzature. Qui le persone si incontrano, si piacciono.