Non volevo essere nulla anzi che ritrarmi dal mio mare, prima di volare. Ricordo il decollo, paura del baratro, vertigine sottaciuta. Ho obliato il planare silenzioso tranquillo, fine di ogni stimolo vitale.

Al di là del volo nulla restò mio. Nulla restò di altri. Nulla restò, tutto svanì, aprendosi al nero, come gorgo di sabbia.

Entrai nella porta che lei mi tirava accogliente.

Ci eravamo già visti il giorno prima, di passaggio senza una mano alzata che accennasse un saluto.

Ci eravamo stretti due giorni prima, senza amarci, per pura compassione di amicizia. Le nostre lingue si erano avvinghiate come lumach,e ma da buoni amici, senza molta importanza.

Ci eravamo conosciuti tre giorni prima.

Ora, andando verso la piccola stanza, la dimenticavo. Tesi la mano per accarezzarla, ma sospesi il gesto e, non ricordandolo, restò in aria la sua carezza.

Il giorno prima pensavo di amarla. Passai tutto il giorno a pensare che non potevo vivere senza di lei. Poi mi accorsi che senza di lei era passato il giorno, e non ci pensai più.

– Ciao! – fece ridendo maliziosamente, con una vestaglia di seta leggera che ricamava le sue forme. Sconvolto dall’inutilità di quel saluto entrai senza guardarla. Già. Non era seta la vestaglia. Non era vestaglia. Era nuda e il suo corpo le ricamava addosso delle piccole gocce d’acqua come un acquazzone estivo le fosse piovuto addosso.

Il giorno prima lei mi toccò le spalle e il sesso. Ma questo non lo ricordavo già più. Il giorno prima, già, non esisteva ora.

Mi ero costretto a comprarle un pensiero. Ma pensando a che pensiero regalarle non trovai nulla in me e le regalai un fiore, appassito, bruciato dal sole, che avevo trovato accovacciato all’angolo di una strada. Non profumava più e si sgretolava a toccarlo.

Lei lo toccò e il fiore svanì tra le sue mani, lasciando solo un profumo non suo, dolce aroma della sua assenza.

Restarono le mani che avvolse su di me e divennero le mie. Era notte, ricordo. O forse solo non c’era sole.

Ma noi non ci curammo del buio, e sconoscendo i nostri corpi li rendemmo uno, spezzato dal sole che al mattino invade le fessure.

La trattavo come una bambola, una bimba di pezza.

E lei sparì di mattina, come un fiore. La attesi una vita, poi mi stancai e cominciai a morirla.

Non che prima fosse viva, ma mi piaceva crederlo.

Uscito dalla casa vi rientrai. – Controllo solo le mie cose, spero di avere tutto. – E ne riuscì. E riuscì a riuscire. Lei mi guardava andare via, anche se sembrava in bagno a leggere fumetti proibiti. Lei pianse, anche se sembrava che tirasse lo scarico. Lei si uccise, anche se in realtà uccise me.

Non tornai mai a trovarla, perché in realtà non me ne andai mai, non uscimmo più dalla sua casa e non staccammo più le nostre bocche da un bacio che ci tolse il respiro.

Non uscimmo più di casa e ci guardammo vivere, senza domandarci altro.

Mi ricordai che non l’amavo, ma ormai, cadaveri entrambi, non aveva più molta importanza.