Testo e musica di Ivan Talarico

 

Sono un cavaliere d’arroganza chiuso dentro la mia stanza senza chiedere perché.
Sono un pigmentoso derelitto senza soldi per l’affitto, senza causa e senza effetto.
Sono un’ingannevole condanna, un fucile – colpo in canna – che ti coglie d’imprevisto.
Salto contromano un’architrave per non perdere la nave che mi porta sul soffitto.

 

Risolvo le quattro misure del sogno.
Mi fascio la testa se piove,
mi dico bugie sempre nuove.
Rinasco, ma casco dal letto d’infanzia
nell’ansia crudele del giorno,
nel viaggio che non ha ritorno.

 

Rincorro i miei giorni disperso tra falsi ideali,
tra facili vuoti morali.

 

Sono una madonna perbenista, porto il figlio dal dentista nonostante dio l’assista.
Sono un manutengolo del caso, prigioniero mai evaso, luogo aperto sempre invaso.
Sono un ragguardevole binomio, filamento del demonio già scampato al manicomio.
Sono un figlio atletico del tempo…

 

Sono un già belligero ottomano, nuoto a galla sul divano, faccio sogni di metano.

 

 

Sono un miserabile squadrista per non perder la conquista mi suicido dirimpetto.
Sono una furia iconoclasta, un ginnasta senza gamba che non sa ballar la samba.
Sono un’opinione ritrattata, l’espressione disgustata della collera ingoiata.
Sono un revocabile condono disatteso, un sordo tuono che sussurra: “Pioverà…”.

 

Ma le mie mani non son mani e i cuori accesi controvoglia
non raggiungono la soglia degli umani sentimenti,
per poi vivere scontenti in vuote sacche di memoria
vanagloria della bocca, che non tocca, morde e fugge
suggellando con i denti i giorni spenti in agrodolce,
mattinate in sale e calce, pomeriggi meringati,
mezze sere emulsionate, tramontini con gelato
e notti al rhum come il babbà.

 

Sono il vaso aperto di Pandora, sono l’onda sulla prora che dissangua e se ne va.
Sono un controllore ferroviario, il gingillo del sicario che sotterra la pietà.