di Cristina Biolcati

Leggere la silloge poetica Ogni giorno di felicità è una poesia che muore di Ivan Talarico è un’esperienza surreale, come molto probabilmente era nell’intento dell’autore. D’altra parte, egli si occupa di musica e di teatro e ci fa sapere, nella sua breve biografia, che scrive ed interpreta musiche e spettacoli paradossali; scrivendo in maniera prolissa d’astrazioni e distrazioni, d’incanti e disincanti. È come se il narratore di questi versi, e taluni brevi scritti in prosa, giocasse continuamente con le parole, affascinato prima di tutto dal loro suono, dal loro comporsi e scomporsi e, soprattutto, dal vario utilizzo che di esse si può fare.

Sembra di essere in quel gioco in cui uno dice una parola, e poi da lì, altre parole, di significati diversi, trovano una concatenazione che prima era involontaria, ed ora, a ben guardare, ha anche un proprio senso.
L’ironia è il filo conduttore dell’opera, e ad indicarlo è quella dedica «A chi c’è», che da sola dice tutto. Ogni verso quindi va filtrato e considerato all’insegna di un senso dell’umorismo che aiuta a mantenere alto l’obiettivo. Nella prefazione di Antonio Rezza si legge:

La poesia è un’arma deleteria per chi non vuole ammettere che la sintesi allontana più velocemente dalla menzogna. La poesia è la cosa più vicina al silenzio, non è tale per poco, inizia e finisce in un attimo, è come una parola scappata da una bocca troppo chiusa.

CopertinaAnche se in un certo senso superflua, la poesia rende i concetti in maniera incisiva, per questo è superiore alle altre forme espressive, sebbene sia un’eredità di tempi antichi. Il nostro tempo, nonostante sia ormai disilluso, ha voluto creare una propria forma di poesia, e su questo l’autore pone l’attenzione. Quasi non volesse arrendersi a giornate distratte, passate a rincorrere il nulla, speranzoso di riuscire a trovare ancora un modo per riprendersi. Ecco quindi che la poesia diventa un vero e proprio modo di vivere, e in questo senso è necessaria. Non basta descriverla, nei libri, come succedeva in tempi passati, bensì deve portare il concetto di bellezza a risorgere, negli sguardi, nei modi di fare.

M’han detto/ che scrivere poesie è/ orribile/. Ma io continuo/ l’orrore di appuntare/ la bellezza, che nonostante sé/ teme la dimenticanza. (Felicità tascabile)

L’ineluttabilità della vita sembra operare implacabile sui pensieri inutili, eppure essi sono necessari per sentirsi ancora vivi.

Sorprendendoci con parole paradossali, che mai ci aspetteremmo di trovare in poesia, l’autore ci affida un messaggio più profondo, che va oltre quel “nonsense” che si legge in superficie. Giochi di parole che s’intrecciano e lasciano fluire le allitterazioni, talvolta affidate puramente ai sensi, come avviene in Terzo cassetto, dove, a voler ben ascoltare, si avvertono suoni che richiamano La pioggia nel pineto di dannunziana memoria.

Questo libro è consigliato a chi ama la poesia, ma al tempo stesso ha voglia di vagliare altre realtà. Non sempre ci sono parole in rima dal significato profondo. A volte vi sono anche poeti che hanno «guardato il culo ad una ragazza», e lo dicono apertamente, perché l’esteriorità e l’apparire sembrano essere le cose più logiche nella nostra società. Leggere fra le righe, invece, diventa sempre più difficile.