Un po’ bambino-soffitto un po’ zio-pavimento
Testata: Il Venerdì di Repubblica
Autore: Katia Ippaso
Data di pubblicazione: 28/11/2025
Il loro effetto può essere comico, ma la materia di questi delicati oggetti - in bilico tra filosofia, teatro-canzone e poesia - è tragica.
Testo dell'articolo:
Lui li chiama Vaniloqui, ma provate ad ascoltarle, le parole che Ivan Talarico compone in forma di canzoni e monologhi, e presto sentirete che il bambino-soffitto, lo zio-pavimento e i pastori che si interessano, al posto delle pecore, alla cosa pubblica, non paiono così assurdi. Il loro effetto può essere comico, ma la materia di questi delicati oggetti – in bilico tra filosofia, teatro-canzone e poesia – è tragica. Achille Campanile e Giorgio Gaber potrebbero incuriosirsi. Il fatto che questi signori siano morti, per Talarico, non sarebbe poi di grande impedimento. È probabile che li consideri più vivi di certi altri vivi. Il cantautore-scrittore nutre il fondato sospetto che tutti noi, sopravvissuti a cataclismi di varia natura (ambientali, familiari, individuali), ecco, tutti noi non esistiamo. Per essere precisi, in Vaniloqui lui parla di sé: «Io non esisto». Ma poi comincia a dubitare anche della realtà: «Se la realtà esistesse, come sarebbe possibile che noi ci troviamo qui tutti tranquilli e sereni, con i massacri, i soprusi, le violenze del mondo intorno a noi?… Dovremmo passare il nostro tempo a gridare correndo come pazzi». Difficile confutare la teoria di questo menestrello esistenzialista che sa parlare con grazia e pudore della razza umana, forse già estinta.
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