Vai al contenuto

«Il paradosso è il mio luogo ideale»

Testata: L'Eco di Bergamo

Autore: Andrea Frambosi

Data di pubblicazione: 16/12/2025

Oltre a lavorare con le parole è proprio il paradosso il mio luogo ideale.


Testo dell'articolo:

Altri Percorsi. «La cantautrice fantasma», giovedì al Teatro Sociale. Ivan Talarico ricompone i fili della storia di una musicista sconosciuta: «È un viaggio che rimette in discussione la paternità di brani degli anni ’50 e ’60»

«Ivan Talarico è un personaggio immaginario creato da Ivan Talarico»: così l’autore si autopresenta nella sua biografia: e non può che piacerci subito anche perché, come ci ha detto, «il paradosso è il mio luogo ideale».
Ivan Talarico, che lo ha scritto e lo interpreta, sarà ospite giovedì sera (inizio ore 20.30) del Teatro Sociale, in Città Alta, con il suo «La cantautrice fantasma», spettacolo di teatro-canzone secondo appuntamento della rassegna Altri Percorsi della Fondazione Teatro Donizetti, dedicata a Benvenuto Cuminetti.

Ivan Talarico il suo spettacolo «La cantautrice fantasma» è stato definito come «un viaggio nel mondo della canzone d’autore italiana», è proprio così?
«È proprio così ma è un viaggio surreale perché parla del mondo della canzone italiana, soprattutto di quello degli anni Cinquanta e Sessanta, da un punto di vista abbastanza insolito: quello di questa autrice sconosciuta. Un viaggio che rilegge tutta una serie di storie dall’interno, che mette in discussione la paternità di alcuni brani musicali. Insomma un viaggio abbastanza particolare, in quella storia».

Come ha scoperto questa vicenda sulla musica?
«L’ho scoperta in un libro che ho trovato in un mercatino dell’usato. È una storia che pubblicamente devo dichiarare immaginaria per questioni legali però poi dallo spettacolo si capisce che di immaginario ha ben poco. Nel libro che ho trovato c’è l’ultima intervista a questa cantautrice».

Ma insomma: è una falsa storia vera o una vera storia falsa?
«Quando rilasciò le interviste devo dichiarare che si tratta di una storia immaginaria ma che va trattata come una storia vera perché è una storia verosimile. Sostanzialmente è l’occasione per fare una riflessione sul concetto di autore. Nel finale, dopo aver raccontato questa storia, ragiono sul fatto che l’autore non è soltanto il creatore di una storia dal nulla ma è anche la persona che la elabora e che la rende indimenticabile. Noi abbiamo un desiderio di originalità assoluta che poi, vista la richiesta di produzione continua di materiali, spesso porta al plagio, alla ricerca di qualcosa che non è completamente originale mentre lo scopo del poeta e dell’artista, tempo fa e ancora oggi, è anche quello di rielaborare in maniera memorabile dei materiali come facevano già Omero, Shakespeare».

In effetti nell’ambito del mondo della canzone non si contano le cause per plagio.
«Diciamo che una parte difficile dello spettacolo è stata quella di selezionare soltanto tre esempi di plagi perché lì veramente si apre un mondo. Agata Facci riassume in sé tutta una serie di cantautori e di vicende che poi ho incontrato. È stato difficile selezionarle perché nel mondo della canzone le risonanze, le assonanze e i plagi sono infiniti. Mi capita spesso di ascoltare delle cose e capire che arrivano da qualcos’altro, plagi impliciti, altre volte sono episodi in cui c’è stata una sofisticazione involontaria. E porto tre esempi che sono piuttosto evidenti, da John Lennon ai Beatles ad altri che si scopriranno nello spettacolo».

Tra l’altro qualcuno oggi comincia già a porre il problema di cosa potrebbe succedere con la cosiddetta Intelligenza Artificiale.
«Esatto, questo è stato proprio un motore per una riflessione sull’autore perché poi io mi chiedo: chi è l’autore? Un assemblatore di cose esistenti? Che è un po’ il ruolo dell’intelligenza artificiale ma questo diventa più complesso nel momento in cui noi adesso assistiamo a una falsificazione che è semplicissima da fare, qualsiasi personaggio immaginario può assumere consistenza e diventare reale».

Alla faccia del diritto d’autore, verrebbe da dire.
«Infatti lo spettacolo parla molto spesso di Siae (Società Italiana Autori e Editori) perché è un tema abbastanza spinoso e complesso, che ha già creato una serie di problemi in sede legale con varie accuse di plagio. Con l’intelligenza artificiale diventa veramente complesso identificare un autore e soprattutto una storia perché siamo un po’ nell’orwelliano… Riscrivere, creare falsi documenti è questione di poco».

Spesso nei suoi spettacoli lei lavora sul linguaggio, sulla lingua sui doppi sensi, unici ovviamente.
«Per anni ho fatto teatro con la Compagnia DoppioSenso Unico, poi mi sono spostato sulla canzone e con questo spettacolo sono ritornato un po’ in una dimensione teatrale cercando di creare ogni volta dei dispositivi diversi quindi questa è una narrazione musicale in cui lascio che le parole accompagnino il discorso narrativo, non sono esattamente in primo piano come nel mio spettacolo successivo che è “Vaniloqui”, che lavora molto sulle parole. Qui mi sono voluto concentrare sulla potenza della narrazione per indagarla. Perché l’altra cosa importante è che storicamente siamo in un periodo dominato dalle narrazioni e quindi per riuscire a dire qualcosa su queste narrazioni per interporsi in qualche modo ho capito che bisogna creare altre narrazioni. Questa è una narrazione che cerca di essere antagonista in qualche modo a una narrazione ufficiale perché una delle cose che mi interessano sempre è alimentare il dubbio o la criticità nel senso di avere uno spettatore critico che quando vede delle cose si fa delle domande, quello è il mio spettatore ideale».

E se buttassimo lì la definizione di «teatro-canzone» di Giorgio Gaber?
«Questa definizione si adatta più al mio lavoro successivo a questo, “Vaniloqui” come dicevo, questo è proprio una narrazione musicale nel senso che in scena ci sono io che racconto questa storia con l’ausilio del libro seguendo cronologicamente la vicenda di Agata che si sposta da questo paesino vicino a Rovigo, a Roma poi a Genova e poi a Milano e seguendo tutta questa serie di plagi e di furti e nel mezzo ci sono le canzoni originali di Agata Facci che ho ricostruito tramite i testi sul libro e dalle rare registrazioni».

A questo punto della sua carriera lei come si definirebbe?
«Diciamo che cerco di sfuggire dalle definizioni perché non mi va di dare priorità a una cosa rispetto a un’altra, mi interessano la scrittura, la letteratura, la canzone, la musica stessa. L’unica definizione che porto avanti è questa: “Ivan Talarico, un personaggio immaginario inventato da Ivan Talarico perché diciamo che oltre a lavorare con le parole è proprio il paradosso il mio luogo ideale”».


Articolo scansionato: Guarda