Quelle intuizioni felici lontane dalla vita vera
Testata: La Repubblica Roma
Autore: Gilda Policastro
Data di pubblicazione: 16/11/2019
Ricevo da un autore e anzi cantautore, Ivan Talarico, un libro (e un disco) con delle intuizioni felici (sebbene facili), come quella appena riportata. Solo, gli dico subito, non sono poesie.
Testo dell'articolo:
«Ci sono poeti che impastano parole/come fossero giocattoli/e vivono vite meschine/diverse dalle loro poesie». Ricevo da un autore e anzi cantautore, Ivan Talarico, un libro (e un disco) con delle intuizioni felici (sebbene facili), come quella appena riportata. Solo, gli dico subito, non sono poesie. Il discorso sulla pertinenza di genere lo porto avanti, in questi nostri appuntamenti, con un approccio formale, pragmatico o ermeneutico, ma credo che ai nostri lettori sia ormai chiaro cosa intendo per poesia o non poesia: qualcosa di molto diverso dalla distinzione crociana, ad esempio, fra la struttura (quei versi funzionali all’edificio testuale ma non incaricati di portare lo stendardo lirico) e la poesia nella Commedia dantesca. E qualcosa di molto diverso, anche, da un’intenzione polemica o giudicante. Siamo ormai da tempo, come ha scritto Jean-Marie Gleize, nell’era della “post-poesia”: la poesia ha perso l’aura (lo dicevamo altrove a proposito di Baudelaire via Benjamin), e il poeta la funzione di vate o mediatore. Il mandato sociale già tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta non si consegnava più a figure di scrittori-intellettuali, che pure (Pasolini su tutti) non s’erano ancora estinti come adesso. «Hai perso il diritto al ragionamento», dice duramente Fortini al suo avversario dialettico, «ti resta l’elegia».
L’elegia è la tonalità prediletta dal contemporaneo: nonostante i cambiamenti intercorsi e a dispetto di Gleize, si continua a percorrere la via dell’effusione o riflessione autocentrata che, senz’altra contrainte formale, farebbe di testi introversi, mesti o autoriflessivi “poesie”. No: sono strofette sentimentali, nei casi più inoffensivi, superfetazioni dell’io, nei peggiori. Non sono poesie perché non hanno il ritmo della poesia, e, soprattutto, della poesia non hanno lo spessore, l’intensità e la consistenza. L’equivoco più pervicace attorno alla poesia è che possa darsi nelle forme frou-frou del biglietto di accompagnamento galante a un mazzo di fiori: ieri Prévert e oggi Franco Arminio rafforzano quella concezione, a scapito di una poesia più adulta, densa, consapevole e, soprattutto, più interessante.
Al di là dell’aspetto formale, però, quello che dice Talarico interessa per il suo contenuto: lo scarto tra chi “impasta” parole (immagine icastica e solo in questo poetica) e le “vite meschine” riguarda una contraddizione ricorrente nelle biografie d’artista. Se n’è discusso a proposito di Handke e del divario tra l’opera e la condotta personale: la pagina virtuosa, cioè esteticamente pregevole, e la vita (almeno per una sua parte) deplorevole. Povero Pound, scrive un utente Facebook alludendo alla nota corrente estremista che se ne fa vessillo: aderire al fascismo e plaudire al Terzo Reich non è che andassero però in una direzione propriamente democratica, al netto dell’opera e della sua indiscutibilità. Forme estreme, casi particolari. Le vite meschine sono più spesso delle esistenze senza slanci, e impastare parole con gli ingredienti giusti (esiste una ricetta, di sanguinetiana memoria), senza più l’onere della verifica biografica, è il nostro farmaco: rimedio, talvolta, peggiore del male.
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