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Talarico, con il varietà si ride dell’isolamento

Testata: Il Messaggero

Autore: Katia Ippaso

Data di pubblicazione: 15/12/2020

La dote più importante che un artista deve dimostrare di possedere in questo momento del tempo? La capacità di trovarsi i giusti compagni di viaggio e di far risuonare un linguaggio nell’altro senza attaccamenti.


Testo dell'articolo:

IL COLLOQUIO La dote più importante che un artista deve dimostrare di possedere in questo momento del tempo? La capacità di trovarsi i giusti compagni di viaggio e di far risuonare un linguaggio nell’altro senza attaccamenti. Ivan Talarico, performer, scrittore e cantautore 39enne, questa risposta se l’è data in tempi non sospetti, quando il rischio “sparizione” non era collegato a nessuna specifica pandemia. Nel 2016 smontò baracca e burattini del teatro icastico, fulminante, molto british (anche se lui confessa che i suoi modelli ispiratori sono Antonio Rezza e Flavia Mastrella) che faceva in coppia con Luca Ruocco, per nutrire un’altra zona della sua mente immaginativa, quella che gli dettava versi da trasformare in poesie o in canzoni. Nello stesso anno, chiamò a raccolta alcuni nomi dell’avanguardia romana come Claudio Morici, Daniele Parisi, Gioia Salvatori, Marco Andreoli, Andrea Cosentino, per dare vita ad un collettivo e al varietà tragicomico, Sgombro che, dopo lo sgombero del Nuovo Palazzo (che era la loro sede) e poi con la chiusura di tutti i teatri per le misure anti-Covid, ha preso oggi, grazie all’intervento produttivo del Teatro di Roma, la forma di un podcast radiofonico che si può ascoltare sui canali social del TdR; i prossimi appuntamenti il 18 e il 26 dicembre alle ore 18.

SINCRONIZZATO Nei panni di un conduttore a suo modo sobrio, che fa battere con un tempo sincronizzato la nota comica e quella romantica (ad introduzione e chiusura dei suoi pezzi musicali, anche onomatopeici), Ivan Talarico apre ogni sette minuti il sipario radiofonico, dando la parola a chi per mestiere è abituato a camminare su binari deragliati e nomadi. E ecco Claudio Morici recitare il ruolo dell’untore, Daniele Parisi fare una lezione sul comico da sagra, e poi Davide Grillo, Luisa Merloni, Paola Michelini, Marco Ceccotti del Nano Egidio, Lucio Leoni, Giovan Bartolo Botta, Andrea Cosentino, ciascuno a modo proprio, fantasticare su chiusure e isolamento. «Il varietà nasce dall’idea di amalgamare i nostri diversi pubblici: tutti insieme, possiamo avere un impatto ancora maggiore» ci spiega Talarico, nato a Como, cresciuto a Presile (Catanzaro) e catapultato a Roma quando aveva 20 anni. «A quell’età, Roma ti sembra il paese dei balocchi. Oggi non è il posto in cui mi sento più a casa. Da un po’ penso che mi piacerebbe vivere nella campagna toscana». Le sue raccolte di poesia (Ogni giorno di felicità è una poesia che muore, 2014, e Non spiegateci le poesie che devono essere piegate, 2016) sono state entrambe pubblicate da Gorilla Sapiens Edizioni «un editore che nel frattempo ha chiuso», precisa ironicamente Talarico, pronto a dare alle stampe anche il primo libro di racconti, Dizionario degli amori impossibili (in libreria a maggio del 2021 per Neo Edizioni).

DISCO Il suo primo disco come cantautore è uscito l’anno scorso con la Folkificio (produzione artistica di Filippo Gatti), e porta lo stesso titolo del suo ultimo concerto: Un elefante nella stanza. «Se è così che mi sento? A tratti. Diciamo che come cantautore e poeta ho parlato tanto d’amore. Come accade spesso, una volta che la mia condizione sentimentale è diventata più stabile, la creatività ha un po’ vacillato. Come teatrante, invece, uso un linguaggio più dissacratore. Ma la radice è la stessa: l’assenza, la mancanza, l’osservazione. Non esiste fenomeno comico che, dietro l’espressione formale, non abbia un contenuto drammatico».


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