L’umorismo è un modo per sospendere l’inquietudine
Testata: Corriere dell'Umbria
Autore: Danilo Nardoni
Data di pubblicazione: 20/09/2025
Non ho mai amato le etichette, sono molto utili per le marmellate, meno per l'arte.
Testo dell'articolo:
Dopo la partecipata partenza di ieri, la città di Perugia sarà ancora travolta dalla risata visto che prosegue ancora per due giorni la terza edizione di “Tanganica. Libero Stato della risata”, festival dell’umorismo promosso dall’associazione culturale teatrale Occhisulmondo in collaborazione con le associazioni Osservatorio Feldman, MenteGlocale e Coscienza Verde.
In piazza Birago, sempre a ingresso gratuito, tra spettacoli, workshop, interviste e momenti di approfondimento, tra gli ospiti più attesi c’è anche Ivan Talarico che di esibirà domani. In attesa di ascoltarlo dal palco, Talarico parla di “Vaniloqui”, lo spettacolo che porterà a Perugia, ma anche del suo modo di intendere l’umorismo.
Che rapporto ha con l’umorismo? È un mezzo per riflettere, una fuga dalla realtà, o cosa? E in che modo il suo “vaniloquio” si inserisce in un contesto specificamente comico?
L’umorismo ed io abbiamo un buon rapporto. Ci incontriamo spesso, perché viviamo nello stesso quartiere. Facciamo lunghe passeggiate, giochiamo a bocce, chiacchieriamo. Litighiamo spesso. Per me lui è sempre stato una deviazione dal disastro della vita, un modo per sospendere l’inquietudine e affacciarsi su piccole gioie inebetite. “Vaniloqui” è comico perché mostra l’impossibilità di ragionare, di separare il fantastico dal reale. Cerca di prendere la quotidianità e lanciarla nel cielo, per farla diventare nuvola e poi pioggia di fanfaluche.
“Vaniloqui” poi già dal titolo gioca poi sull’idea di un discorso “futile e inconcludente”. Nello spettacolo, però, lei prende temi tutt’altro che futili. Qual è la magia nel trattare argomenti così pesanti con la leggerezza di un vaniloquio?
Più che magia è alchimia: come la pietra filosofale trasforma ogni cosa in oro, il vaniloquio trasforma tutto quello che tocca in cosa inutile. È un discorso che non ha più l’ambizione di cambiare il mondo, ma forse quella di cambiare mondo. In qualsiasi modo impossibile.
Lo spettacolo è descritto come un flusso “vano” di parole e canzoni che getta lo spettatore in territori sconosciuti. Qual è la reazione che spera di provocare nel pubblico perugino?
Spero che il pubblico perugino si convinca di vivere a Parigi. Mi piacerebbe che, andando via dallo spettacolo, gli spettatori osservassero i palazzi, le strade, e pensassero: “Ma come, credevamo di abitare a Perugia, invece questa è Parigi”. E che poi passassero i mesi successivi a cercare la Tour Eiffel per i vicoli di Perugia. Sarebbe una bella risposta.
Si definisce un “artificiere che prepara fuochi fatui”. Ci può spiegare cosa intende con questa metafora?
Di solito non mi affido alle metafore: sono belle ma ingannevoli. Preferisco le più oneste similitudini. Comunque la frase è vera: sono stato artificiere per alcuni anni nell’esercito. Ma visto che, anziché occuparmi di esplosivi, lanciavo fuochi d’artificio – belli, per carità, ma fuori luogo in contesti bellici -, mi hanno trasferito al cimitero. E lì, ancora oggi, per due sere a settimana, preparo fuochi fatui per far divertire i morti.
La sua produzione artistica unisce canzoni e parole. Quali sono gli elementi che considera essenziali per la sua espressione artistica?
Non ho mai amato le etichette, sono molto utili per le marmellate, meno per l’arte. Nei miei lavori (più spesso livori) cerco la massima libertà espressiva, che possa fare affiorare la complessità, la stupidità, il divertimento. Non sempre riesco a raggiungere questa libertà, ma tento in continuazione. Tutto è tenuto insieme da un forte desiderio di sabotaggio: del linguaggio, dei luoghi comuni, di tutto ciò che è prevedibile. Compreso me stesso, se è necessario.
Cosa pensa del fenomeno della stand-up comedy?
Della stand-up comedy apprezzo soprattutto l’approccio posturale: credo sia molto importante stare in piedi quando si è in scena. All’interno della stand-up comedy ci sono molte cose diverse, interessanti e meno. Io dal canto mio cerco di non rassicurare mai il pubblico, di non farlo stare in una confort zone. E di lavorare soprattutto sul significante. Non affido tutto al significato perché è peggio della metafora: seduce e uccide senza pietà.
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